Un legame indissolubile: La musica nella vita del popolo ebraico, di Ersilia Colonna Lopez

Quando, nell’ormai lontano luglio 1978, venne concluso a Gerusalemme un importante congresso sulla musica ebraica, prese forma l’ipotesi che non esista una vera e propria ‘musica ebraica’, ma un genere musicale ‘con caratteristiche ebraiche’, particolarmente adatto a essere interpretato da ebrei.

Non è di questo parere l’eminente storico e musicologo Abraham Zevi Idelson, che inizia il suo trattato Jewish Music: Its Historical Development con queste parole: “La musica ebraica è il canto dell’ebraismo sulla bocca degli ebrei; è l’espressione della vita ebraica e del suo snodarsi lungo un periodo di più di duemila anni. Per collocare questo canto nelle sue origini  dobbiamo ricercare le origini stesse di questo popolo (…)  Il canto ebraico raggiunge le sue caratteristiche   –che sono uniche  –  attraverso i sentimenti e la vita del popolo stesso.”

        Non c’è dubbio che leggendo la Bibbia possiamo trovare informazioni sull’attività musicale, anche se incomplete e lacunose. In questo campo, le difficoltà maggiori di un ricercatore sono date dall’uso della tradizione orale che fatalmente, con l’andar del tempo, subisce corruzioni, alterazioni,  vuoti di memoria, dimenticanze e qualche volta completo oblìo. Non trovando notazioni musicali nelle pagine della Bibbia, dobbiamo cercare di approfondire attentamente le descrizioni dei canti, che sono di vario genere: ora sono di lode al Signore, ora si tratta di canti di guerra; molto spesso, come del resto avviene per le festività ebraiche, i canti sono legati all’avvicendarsi delle stagioni e alle varie attività agricole.

Sono meno frequenti, ma forse più interessanti per un musicologo, i riferimenti agli strumenti che accompagnano questi canti. Non si potevano concepire cerimonie pubbliche, religiose o profane, senza un accompagnamento musicale. In queste occasioni, essenziali erano  il nevel e il khinnor. Il primo era una grande arpa, originariamente senza cassa armonica, dal suono robusto. Il secondo, dal suono più delicato e dolce, era un’arpa più piccola, simile alla lira. Il nevel e il khinnor trovano menzione nella versione greca dei Settanta, e nella latina Vulgata sono denominati “salterio”.

Passando agli strumenti a fiato, il posto d’onore spetta senz’altro allo shofar, in uso fino ai nostri giorni. È nota a tutti la sua importanza biblica, ma non tutti sanno che al tempo del secondo Tempio venivano usati shofarim di tipo diverso, a seconda della occasioni: shofar ricurvo, con bocchino d’argento per i giorni di penitenza e di digiuno; shofar diritto, invece,  con bocchino d’oro per la solennità di Capodanno, Lo shofar è l’unico strumento che si decise di mantenere anche durante l’esilio babilonese, purché fosse spoglio di ornamenti preziosi, in segno di lutto per la distruzione del Tempio.

Troviamo citato numerose volte, inoltre, il halil, flauto diritto ancora oggi suonato per accompagnare canti e danze folcloristiche. Anche allora veniva usato in feste secolari oltre che durante cerimonie religiose;  tuttavia, religiosamente era permesso solo in determinate occasioni, quali i matrimoni o le processioni di pellegrini recantisi a Gerusalemme con offerte, poiché non era considerato uno strumento sacro.

Meno conosciuta e del tutto scomparsa è la magrefah, una sorta di siringa formata da una cassa ricoperta di pelle alla quale erano legate dieci canne in grado ciascuna di produrre dieci toni diversi, dando così suono a cento note. La magrefah era usata per segnalazioni o per chiamare i leviti alle loro incombenze. Aveva un suono molto potente che “si udiva fino a Gerico”. Secondo taluni testi, quando veniva suonata la magrefah, “se ci si parlava non ci si udiva”.

Sia Davide che Salomone furono larghi nell’introdurre strumenti a percussione, tanto nelle manifestazioni musicali religiose quanto in quelle profane. (Non dimentichiamoci che in queste manifestazioni la danza aveva grande rilievo, e la percussione ne scandiva il ritmo). Sempre nella Bibbia troviamo citato il tof, un tamburo primitivo. È scritto che re David lo usò durante l’installazione dell’Arca a Gerusalemme. Un suono più argentino e di tono alto era dato dagli zilzalim, cimbali di rame, precursori dei moderni piatti.  Infine, vengono menzionati i maaponim, sottili lamelle metalliche cucite alle vesti dei sacerdoti, i quali movendosi producevano un dolce tintinnio come di campanellini.

Proviamo a immaginarci una cerimonia nel Tempio di Gerusalemme: il sacerdote e i suoi aiutanti intorno ai quali aleggia il dolce suono dei maaponim intona il primo versetto, seguito immediatamente dalle voci di tutti i fedeli, poiché le funzioni erano corali. Il nevel, il khinnor entrano in azione a sostenere il canto, le percussioni scandiscono il ritmo…si esalta il Signore, se ne loda l’operato sull’onda della musica, che è l’espressione più sublime e più pura del sentimento umano…le colline di Gerusalemme brillano sotto le stelle e fanno da degna cornice al popolo riunito in fervida preghiera.

Peccato, peccato che non siano giunte fino a noi quelle musiche! Gli unici segni pseudo-musicali che troviamo sono i teamim: si tratta di puntini, apostrofi, trattini, che fanno al cantore da promemoria per gli accenti e l’intonazione da dare al versetto, o indicano le fermate su determinate sillabe. Occorre qui ricordare che secondo la concezione semitico-orientale l’importanza della musica sta nella voce umana, poiché la musica legata intimamente alla parola è in grado di comunicare pensieri e sentimenti.

Nel 586 a.e.v. Nabucodonosor distrugge il Tempio a Gerusalemme, gli ebrei vengono portati schiavi in Babilonia. È la fine delle manifestazioni musicali. Gli strumenti vengono riposti in segno di lutto. (“Come avremmo potuto cantare un salmo all’Eterno in terra straniera?”,  Salmo 137,4). Si continuano però a intonare i Salmi nelle varie sinagoghe.

Nel 140 a.e.v. a Gerusalemme si ricostruisce il Tempio, ed ecco che le cerimonie sacre si trasformano anche in eventi artistici. Da fonti post-bibliche traiamo svariate informazioni sui musicisti e sul grande insieme musicale delle funzioni religiose (Mishnah, scritti di Filone d’Alessandria, testimonianze di  aderenti alla setta di Qumran): il coro era formato da 24 insiemi di 12 cantori ciascuno e all’occorrenza si aggiungevano altre voci, preferibilmente quelle infantili. Esso era accompagnato da 12 strumentisti, che suonavano 9 khinnorot, due nevalim e un paio di cimbali. Erano i leviti che si occupavano della parte musicale delle cerimonie, ma essi insegnavano molto malvolentieri la loro arte tanto che, dopo la distruzione del Tempio, questa musica sparisce per sempre, e con essa anche la funzione dei leviti, che si portano via i loro segreti.

      Possiamo quindi affermare che, quand’anche non esistesse una vera e propria ‘musica ebraica’, gli ebrei, fin dal loro nascere come popolo, hanno attinto dalla musica una delle loro maggiori espressioni di spiritualità, che li ha accompagnati  nei momenti di dolore o di gioia, in azioni di guerra o in fecondi periodi di pace.